Pubblicato dal quotidiano Vijesti il 12.01.2015, successivamente tradotto da Osservatorio Balcani

Non sono Charlie e non lo sei neanche tu. Charlie è un eroe, un riconoscimento da meritare. Lo slogan “Je suis Charlie” è la scelta di un codardo arrabbiato e politicamente corretto, commovente ma ipocrita. Un piano B, sdolcinato prodotto dell’autocensura. 

Non illudiamoci che le nostre piazze, redazioni, uffici siano pieni di Charlie, quando il problema sta proprio nel fatto che Charlie non si trova da nessuna parte. Charlie rideva in faccia alla morte, matita contro fucile, disegno contro buio. Charlie è morto dal ridere, per un ideale.

Pubblicare le vignette contestate, causa diretta della morte di 12 persone coraggiose, non sarebbe stato un omaggio più adeguato alle vittime e un modo più efficace per dire “non ci zittirete” e “avete ucciso loro, ma non ucciderete il loro messaggio”?

Se Charlie fosse davvero alla guida dei media da Parigi a New York, la solidarietà con i colleghi uccisi non si sarebbe limitata alle matite in alto, bensì le vignette in questione sarebbero apparse su tutte le prime pagine. Pericoloso? Politicamente scorretto? Non è in linea con gli interessi nazionali? Charlie non ragiona così.

Quando dicono a Charlie che Maometto non si può disegnare, lui lo disegna per dispetto. Quando lo minacciano, lui disegna un altro Maometto solo che questa volta lo mette in prima pagina. Quando gli fanno esplodere la redazione, lui sistema il caos, tempera la matita e disegna ancora il profeta proibito (e i cardinali in un abbraccio omosessuale e il presidente della Repubblica con un’erezione). Quando due pazzi mascherati senza senso dell’umorismo massacrano a colpi di kalashnikov 10 persone il cui lavoro è far riflettere attraverso le risate, come reagisce Charlie? Con un ambiguo compromesso?

La CNN ha descritto le vignette di Charlie con parole, senza immagini. Il network NBC ha inviato una direttiva ai suoi canali di non pubblicare materiale “offensivo”. Anche il New York Times ha dato uno schiaffo al cadavere di Charlie optando per l’ipocrisia politicamente corretta. Sui media di tutto il mondo è in corso il dibattito, perlopiù privo di vignette, sulla necessità o meno di pubblicarle. Molti tra i censori non si vergognano di vantarsi mentendo di essere anche loro Charlie.

Cosa significa “Je suis Charlie”? Sono uno che lotta per i suoi stessi ideali? Chi porta questo slogan, si ritiene degno del titolo? O questo motto è più come una sciarpa ultras: non gioco a calcio ma questa è la mia squadra? Una simulazione del coraggio dove fingiamo di offrirci come mete, mentre in realtà ci nascondiamo nella folla senza volto e senza nome?

Il settimanale satirico Charlie Hebdo porta nel sottotitolo la definizione “Giornale irresponsabile”. Ciononostante, i suoi eroi hanno lottato per la libertà di stampa in modo più responsabile e audace della maggior parte delle grandi aziende mediatiche conosciute per la loro responsabilità, ma anche per la sottomissione della loro politica editoriale agli imperativi del ‘politically correct’ e degli interessi economici.

Per anni, Charlie ha contemplato la possibilità di essere vittima di attacchi, proseguendo là dove lo spingeva la coscienza. Charlie è morto libero.

Foto: linnch.it

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